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LIBERALIZZAZIONI


Liberalizzazioni: ultim'ora

Commento cfit: occorre una rivoluzione per poter cambiare le cose …! In questa povera Italia, farmacisti si nasce!!
Con il senno di poi - potessimo tornare indietro - cambieremmo corso di laurea e soprattutto… nazione!


Liberalizzazioni: ultim'ora
« Farmaci di fascia C anche in parafarmacia:
solo per comuni con più di 15.000 abitanti »

Roma, 5 dicembre 2011 - Clamoroso dietrofront in tema di liberalizzazione dei farmaci di fascia C, ovvero quelli a carico dei cittadini. Il decreto “salva-Italia” discrimina tra farmacisti di città - evidentemente più fortunati - e farmacisti che esercitano la professione nei centri urbani più disagiati con meno di 15.000 abitanti. Ma non è proprio nei paesi dai 5.000 ai 15.000 abitanti che le poche farmacie presenti hanno i fatturati più elevati? Che senso ha questo provvedimento? Sono queste le “vere” liberalizzazioni? E per quale motivo non è stato liberalizzato il prezzo di questi stessi farmaci? Che vantaggi ne trarrebbero i cittadini?

In allegato il testo della manovra.

(Tratto da Informatori.it)


Liberalizzazioni: ultim'ora
« Farmaci di fascia C anche in parafarmacia:
una risorsa per i colleghi e tutto il Paese »

Lo rileva lo stesso Ministro Monti durante la conferenza stampa sulla manovra economica tenutasi oggi 04/12/2011 per risanare le sorti del nostro grande Paese. Il decreto legge sarà successivamente presentato alla camera e poi al senato per l'approvazione definitiva. Feroci le dichiarazioni di Federfarma, il sindacato dei titolari di farmacia, che nella persona del suo presidente Anna Rosa Racca, dichiara: “I farmacisti italiani si riuniranno in assemblea a Roma il prossimo 7 dicembre, per verificare i contenuti del provvedimento anticrisi e qualora fosse confermata la libera vendita dei farmaci con ricetta medica nei corner dei supermercati, bazar, parafarmacie, pizzerie, e mercati rionali, si dichiarano pronti a porre in atto le proteste più forti, non escludendo la serrata, per spiegare a tutti di quale servizio si vuole privare i cittadini.”

(Tratto da Unita.it)

Commento cfit: ci auguriamo che tutti i colleghi non titolari - con l'eccezione dei colleghi appartenenti alle sigle Assofarm, Conasfa & Fenagifar, a quanto pare dirette filiazioni di Federfarma - si stringano al Ministro Monti e sostengano il provvedimento in tutte le sedi opportune. Patetica la reazione della sig.ra Racca (che definire “dottoressa” sarebbe un eufemismo): uno sfogo irrispettoso e lesivo della dignità di tutti i colleghi (ma perché la FOFI non interviene, data la palese violazione del codice deontologico?). A quanto pare non siamo tutti farmacisti? Evidentemente, lo siamo soltanto quando dobbiamo versare i contributi previdenziali e le tasse di iscrizione all'ordine professionale! Ad ogni modo, da oggi in poi andremo a trovarla in pizzeria…!


Liberalizzazioni: ultimo capitolo
« Farmaci di fascia C anche in parafarmacia? »

La bozza della manovra targata Monti - che dovrebbe essere portata in Consiglio dei Ministri lunedì 5/12/2011 - prevede la liberalizzazione dei farmaci di fascia C, la cui vendita «sarà possibile nell'ambito di un apposito reparto delimitato, rispetto all'area commerciale, da strutturare in grado di garantire l'inaccessibilità dei farmaci da parte del pubblico e del personale non addetto». Al momento nulla è ancora certo (ad esempio si parla di lasciare in farmacia i farmaci di fascia C considerati “dopanti” - vedi esempio lista), ma l'agitazione della categoria è palpabile.

(Tratto da Quotidianamente.net)

Commento cfit: Alea acta est! Ci sembra proprio che stavolta i cari titolari dovranno… rimettersi a studiare! Parafrasando il nostro presidente Mandelli - il quale, per dovere di cronaca, ha dichiarato l'esatto contario! - questa sì che è una riforma in grado di tenerci nel cuore dell'Europa che conta: smantellare caste, privilegi e rendite di posizione per favorire la crescita di un grande Paese. W la libertà d'impresa! W la concorrenza!!


Che male hanno fatto le parafarmacie?

E' passata relativamente sotto silenzio la dichiarazione di Ferruccio Fazio, sottosegretario alla Salute, a proposito del futuro delle parafarmacie, quei negozi nati in seguito alla liberalizzazione del 2006 che vendono medicinali da banco e altri prodotti (cosmetici etc.). Fazio ha detto qualche giorno fa che gli esercizi in questione dovranno chiudere, a meno che non siano in grado "di dimostrare la concreta utilità di questo canale distributivo, a fronte di un servizio già offerto dalle farmacie tradizionali e dalla vendita nella grande distribuzione."

Insomma pare che il sottosegretario non abbia nulla da rimproverare alla parafarmacie in termini di tutela della salute, che poi sarebbe la sua competenza. Egli invece ritiene che questi 2.300 negozi possano guadagnarsi il diritto ad esistere non in base al fatto di avere o meno clienti, ma ad un parere ministeriale sulla loro utilità.

"Non vogliamo imporre niente a nessuno" spiega Fazio, senza precisare in che modo la chiusura forzosa delle parafarmacie non configuri un'imposizione, "ma dobbiamo vedere cosa serve realmente al sistema."

Ora, va bene che il libero mercato non gode di una buona fama di questi tempi: però nemmeno tornare al Gosplan di sovietica memoria mi sembra una buona idea. Ma perché tanto accanimento verso le parafarmacie? La risposta si trova probabilmente nel riferimento alle categorie che si sono già guadagnate il diritto ad esercitare la stessa attività: farmacie storiche e grande distribuzione. Entrambe sono appunto delle categorie ben organizzate, in grado di far sentire la propria voce. Proprio quella che manca ai parafarmacisti.

(Tratto dal blog del Messaggero.it)

Commento cfit: questo si che è un fulgido esempio di vera democrazia, caro Cavaliere! W la libertà d'impresa! W la concorrenza!!


Farmacista oggi tra caste,
promesse di liberalizzazioni & paradossi

Intervento durante la trasmissione "Annozero" andata in onda giovedì 11 dicembre - condotta da Michele Santoro su Rai 2 - di un giovane collega veneto titolare di parafarmacia (Paolo) sulla situazione paradossale in cui versano alcuni professionisti dal provvidenziale decreto Bersani.

(intervento visualizzabile a 01:11 circa)


Benvenuti, ragazzi, in questo Paese allo sfascio

Benvenuti, ragazzi. Le lotte della scuola hanno battezzato alla vita civile del paese una nuova generazione. Questa è l'Italia che abbiamo costruito, vi piace?
Certo, quella che state sperimentando tutti i giorni, sulla vostra pelle, è diversa dalle favole della televisione.
E' un Paese dove ha vinto in questi anni un garantismo alla rovescia, che garantisce i ricchi delinquenti, i mafiosi, i bancarottieri. Per il resto, perseguita i poveri cristi e chiede apertamente, come ha fatto l'ex presidente Cossiga con sincerità o follia, il sangue di ragazzini e maestre che manifestano pacificamente per il diritto costituzionale all'istruzione. E' un Paese dove si tagliano gli stipendi dei ricercatori, 1500 euro al mese, ma non il potere dei baroni che hanno portato l'università italiana all'ultimo posto fra le ventidue nazioni più ricche, con la collaborazione di servi e congiunti. E' un posto dove comandano i vecchi, meglio se rimbambiti. Ma soprattutto comandano vecchie ideologie, cascami di quarantottismo in perenne duello con cascami di sessantottismo, mentre il resto del mondo va avanti. Basta farsi un anno di Erasmus per rendersi conto di quanto siamo decrepiti, perfino rispetto alla vecchia Europa. Siamo l'avanguardia continentale in alcuni settori, è vero e lo riconosce la stampa internazionale. La guerra ai rom, per esempio. La nobile battaglia a favore dell'inquinamento. La maggioranza, che si è impadronita di parole chiave come «modernità» e «riforme», si è appena impegnata a mandare in malore l'unico settore riformato, moderno e competitivo che abbiamo: le scuole elementari. L'opposizione non se n'era accorta, ma le maestre e i genitori supplicano all'ignavia dei parlamentari.
Ci volevano le scuole nelle piazze per capire quanto è invecchiata l'Italia. Con i difetti peggiori della tarda età: l'egoismo, il cinismo reazionario, l'assenza di progetti. «Non m'interesso di politica» mi ha detto uno studente della Sapienza, «per me Berlusconi è soltanto un vecchio che fa discorsi da vecchi». Uno sbadiglio vi seppellirà, sarà il nuovo slogan. E' come il '68? Non è come il '68? Che bel dibattito, quarant'anni dopo. Potrebbe essere migliore del '68. Potrebbe essere la rivolta morale che non c'è mai stata, fra tante rivolte moraliste. Bisognerebbe dare subito il voto ai sedicenni. A sedici anni si può lavorare, pagare le tasse, andare in prigione, ma non votare, perché? Peggio degli adulti, non faranno.

(fonte: Curzio Maltese, Il Venerdì di Repubblica, 2 novembre 2008, p. 13)


Per le libere professioni sembra essere arrivato il momento di procedere all'auspicata riforma. Proprio mentre si invoca la massima valorizzazione delle risorse umane, quale principio generale bisogna seguire, evitando il rischio di un appiattimento generale a scapito della qualità delle prestazioni e a danno dello stesso cittadino-cliente?

Il principio è appunto quello della salvaguardia degli interessi dei cittadini e la valorizzazione di quelle energie sane e inespresse che il mercato per un difetto di concorrenza, non vede riconosciute. E' certamente vero che gli standard qualitativi devono essere tutelati e garantiti, ma, su questo, dobbiamo essere sinceri con noi stessi: troppe volte questo principio, del tutto sacrosanto, è stato l'alibi per il mantenimento dello status quo e la coltivazione di logiche meramente corporative. Siamo un Paese che invoca insistentemente la concorrenza, ma a condizione che non investa la nostra immediata sfera d'interessi. Liberalizzare, allora, significa due cose: garantire a chi ambisce ad operare in una determinata professione una possibilità di accesso commisurata alle sue effettive competenze; offrire ai cittadini, ai fruitori di una prestazione, maggiori possibilità di scelta e soddisfazione.


(Intervista a cura di Maria Luisa Campise al Presidente del Consiglio dei Ministri, on. Romano Prodi, pubblicata in pr[e]ss - professione economica e sistema sociale, 'Un intervento serio e deciso per riportare l'Italia sulla via della crescita', n. 2, febbraio 2007, pagg. 7-8)



Considerazioni sulla professione del farmacista da parte di un "profano" illuminato

Salve,
vi seguo da tempo con molto interesse e curiosità.
Vi prego di perdonare l'intrusione ma sento il bisogno ed il desiderio di dire la mia in un tema così delicato.

Premetto:
1) non sono farmacista ma architetto;
2) sono un libero professionista ed ho 46 anni;
3) sviluppo soprattutto pianificazione territoriale (per cui devo occuparmi di problematiche di carattere non solo edilizio ma anche, e soprattutto, di dinamiche economiche e produttive, ambientali, paesaggistiche, culturali e sociali).

La premessa, visti i toni provocatori ed irriguardosi di alcuni interventi letti nel forum, mi sembra doverosa per evitare che le mie considerazioni vengano strumentalizzate o, volutamente interpretate malevolmente.

Sono un fermo sostenitore della liberalizzazione della vendita di tutti i farmaci in esercizi all’uopo deputati: che possano chiamarsi Farmacie, Parafarmacie o Esercizi farmaceutici, per me cittadino utente non fa alcuna differenza. L’essenziale è che venga seguito ed assistito da un professionista capace, cosciente e competente: il Farmacista, appunto.

Nel ventunesimo secolo, mi sembra inconcepibile che un professionista, dopo un regolare corso universitario, dopo aver superato l'esame di abilitazione all'esercizio della professione, dopo un periodo di pratica presso altre farmacie, dopo essere stato assoggettato all’obbligo dell'iscrizione ad un Ordine Professionale, dopo essere stato obbligato a seguire corsi di aggiornamento (finalmente, meno male !!!), non possa esercitare in proprio, confrontandosi con il mercato a suon di servizi e prezzi concorrenziali.

Non riesco proprio a comprendere, su quale presupposto attuale e razionale si basi la limitazione all’accesso a tale professione che, lasciatemelo dire e senza che io voglia offendere chicchessia, ad oggi, è essenzialmente rivolta ad una pratica fortemente commerciale! D'altronde, le prescrizioni dei farmaci più importanti transitano attraverso la ricetta medica che il farmacista, ordinariamente, provvede a soddisfare con prassi commerciale, esimendosi il più delle volte da qualsiasi valutazione critica o di merito e sollevandosi, grazie allo scritto di altro professionista, da qualsiasi responsabilità reale in caso di problemi o inconvenienti.

Circa la millantata professionalità da parte dei titolari, che ritengono di poter godere di tale prerogativa in virtù del possesso delle "mura dell'esercizio", ho piacere di raccontarvi ciò che mi è accaduto tempo addietro.

In preda ad un forte mal di testa, sono entrato in una farmacia per chiedere un analgesico: dico :- ho mal di testa, vorrei...- ma mi dice subito l'anziano titolare: - dieci gocce di novalgina e passa subito! - La ringrazio - aggiungo - ma sono allergico al farmaco (lo tengo scritto anche in un foglietto all'interno della mia patente, per sicurezza!). Il vecchio "Paperone", accortosi dell'uscita improvvida (avrebbe potuto almeno chiedermi se avessi qualche allergia o intolleranza), ha farfugliato qualcosa e si è mostrato, anzi, seccato della mia risposta. Alla fine, sono uscito con una scatola di Nimesulide (che all'evenienza mi risolve il problema), rigorosamente generico (2,62 euro) ed al sapore di arancia.

Certo, non è possibile fare di tutte le erbe un fascio ma, il fatto di vedere in farmacia cestoni di prodotti da banco (caramelle iodosan, zigulì ed ammennicoli vari), proposti a prezzi da saldo solo perché prossimi alla scadenza, mi da tanto l'idea della "correntezza" commerciale in luogo della forse più dovuta "correttezza". Nei discount, vedo cose analoghe con biscotti, tortellini e latte.

Ritornando alla levata di scudi contro Bersani ed alle legittime richieste di decine di migliaia di professionisti che chiedono di poter esercitare il proprio diritto al lavoro, vivacemente e pervicacemente ostacolate da Federfarma, ritengo che questo sia il comportamento di chi, incapace di sostenere un confronto con il mercato, si arrocchi dietro posizioni ed affermazioni dogmatiche, palesemente illogiche ed offensive non solo della dignità professionale (credo che anche nei vostri statuti esista il principio della colleganza) di tanti colleghi ma, soprattutto offensiva del buon senso e del bene dell’intelletto che noi cittadini-utenti abbiamo.

Nel mio lavoro, pur svolgendo una prestazione di carattere eminentemente intellettuale (la mia professione è così definita a livello normativo e fiscale), vengo dallo Stato considerato come un' impresa: non abbiamo più infatti i minimi tariffari professionali da poter applicare e, ad esempio, per poterci aggiudicare un incarico da una committenza pubblica, dobbiamo partecipare a gare di appalto con offerte al massimo ribasso.

Tale prassi, sebbene non appieno condivisibile, comunque ha prodotto una riduzione dei compensi ottenibili ma non è cosa questa di cui spaventarsi: non riduciamo il livello della prestazione a causa del minor guadagno, anzi lo eleviamo cercando, nel nostro caso, di migliorare l’offerta con competenze sempre più qualificate ed aggiornate, in modo da poter erogare servizi di qualità ad un’utenza più sensibile ed esigente, al momento non raggiungibile da altri.

D’altronde, ognuno per il proprio campo, noi professionisti, architetti, farmacisti, ingegneri, avvocati e via dicendo, siamo tutti fornitori di servizi. Il professionista, è per sua natura, in gradi di adeguarsi alle esigenze del mercato ed è nell’obbligo di confrontarsi con lo stesso, mettendo a disposizione le proprie competenze. Se non è in grado di fare questo, non è un professionista!

In verità, anch’io ho avuto la fortuna di ereditare uno studio professionale da mio padre che era ingegnere. La cosa, nei primi sei mesi di lavoro, mi è effettivamente stata utile. Dopo, però, mi sono dovuto guadagnare e conservare la clientela, devo quotidianamente cercare di ampliarla, soddisfacendone le aspettative, con la concorrenza di tanti altri professionisti che svolgono un lavoro simile al mio. Vi assicuro che sarebbe divertente se potessi dire: siccome mio padre, 50 anni fa era l’unico ingegnere nel raggio tanti chilometri, in quest’ambito, per il principio di ereditarietà dello studio, tutta la clientela è mia perché nessun altro può aprire uno studio come il mio.

I farmacisti titolari ragionano così: nel mio territorio nessuno altro e, quindi, faccio il comodo mio (la logica del monopolista). Credo che anche i tabaccai godano di analogo privilegio.

Trovo umiliante ed offensivo vedere farmacisti dipendenti, redarguiti e rimproverati da altri colleghi, figli di farmacisti titolari che come unico impegno hanno l’uscita in barca, l’acquisto della Porsche o la vacanza a St. Moritz, solo perché, magari, non hanno proposto il farmaco da banco o il cosmetico più costoso ed in virtù del fatto di essere figli di… ed aver conquistato la laurea con i punti Mira Lanza!

Credo sia ora di finirla: non è giusto che un farmacista titolare guadagni centinaia e centinaia di migliaia di euro all’anno mentre, altri colleghi, magari più preparati e volenterosi (e, soprattutto più educati), sono fisicamente estromessi dall’ingresso nel mondo del lavoro.

Anch’io posseggo Suv e Mercedes, ma Dio solo sa quanto impegno e quanto sacrificio ci siano dietro: organizzazione di cantieri, studio ed aggiornamento continui, responsabilità dirette (anche di natura finanziaria o penale). ----Attenzione, dicendo questo non voglio dire che il mio lavoro sia più complesso, difficile o faticoso rispetto al vostro: sono perfettamente cosciente che anche il lavoro del Farmacista (con la F maiuscola che non ha nulla da spartire con quanto fanno tanti bottegai titolari) è altrettanto duro!----

Non mi sta nemmeno bene che si dica che ci sono altri sbocchi professionali: se la mia formazione universitaria mi consente una molteplicità di sbocchi, a mio rischio e pericolo, voglio essere io a decidere quale intraprendere. Da architetto, personalmente, potrei fare tantissime cose ma, ho potuto scegliere io secondo i miei intendimenti e le mie suscettività e, forse, ho colto qualche buon risultato. Perché ad un laureato in farmacia, ciò è impedito?

Mi auguro che a queste mie considerazioni non giungano risposte ipocrite o, peggio, apocrife!

Vi prego, infine, di scusarmi per le considerazioni un po’ disarticolate e certamente da non addetto ai lavori: sono il frutto di un "impegno serale" tra la fiction "Capri" su Rai1 e lo speciale elezioni 2008 e, certamente, sottoporrò a revisione (grammaticale, formale, sintattica e contenutistica!!!) ed integrazione questa mia che, essenzialmente, però, vuole esprimere la solidarietà civile, umana e professionale a tanti altri professionisti che, un po’ come tutti, non sanno come sbarcare il lunario e vengono quotidianamente offesi e vilipesi da un sistema normativo arcaico che nega loro diritto d'impresa e di lavoro.

Ritengo, in conclusione, di voler accompagnare quanto sopra dalla mia firma, senza necessità di dovermi celare dietro uno pseudonimo: a proposito, non ritenete di poter dare più forza alle vostre opinioni chiudendole con nome e cognome come (bene) ha fatto la D.ssa Durante?

In bocca al lupo e non mollate, nell’interesse vostro... e di noi consumatori!!!

A presto.

Sandro Bonetti, Architetto

(fonte: dal forum di www.farmacialibera.it)


Insegna 'parafarmacia' anche senza vendere farmaci!

La denominazione 'parafarmacia' potrà essere usata anche se l’esercizio commerciale non vende farmaci. Lo ha chiarito il Ministero della salute in una nota del 15 gennaio scorso, rispondendo ad un quesito di Federfarma. Poiché la legge vigente non dà precise indicazioni non è possibile vietare l’utilizzo del termine a chi vende prodotti vicini al farmaco.

La nota ministeriale chiarisce infatti che - 'la normativa in vigore non reca alcuna definizione né dei prodotti parafarmaceutici né delle parafarmacie. I due termini suddetti, peraltro, sono entrati nell’uso per indicare - in modo piuttosto indeterminato - prodotti aventi alcune caratteristiche 'vicine' (sotto l’aspetto della composizione e della funzionalità) a quelle proprie dei medicinali e i luoghi in cui tali prodotti sono posti in vendita'. Perciò, non è possibile trovare 'elementi a sostegno di un divieto di utilizzo di tale dicitura per gli esercizi diversi da quelli in cui sono venduti medicinali OTC e senza obbligo di prescrizione'. Solo una nuova legge potrà quindi eventualmente vietare l’uso della parola parafarmacia.

Commento cfit: ...solo una nuova legge potrà restituire pari dignità ai professionisti del farmaco: l'istituzione - regolamentata - delle tanto attese 'farmacie non convenzionate' o una sanatoria delle parafarmacie gestite da farmacisti non titolari!

(fonte: www.b2b.farmacia.it)


L'ENPAF non ci sta!

Cari colleghi, sappiate che i parafarmacisti - misconosciuti persino dal ministro della salute -, che si vedono negare quotidianamente i diritti essenziali di ogni libero professionista, ed equiparati dalla normativa vigente a titolari di esercizi di vicinato, sono costretti a versare le quote contributive intere all'Ente Nazionale Previdenza Farmacisti (ENPAF), come fossero titolari di farmacia (per scaricare il file clicca qui).

Mettiamoci d'accordo: sono o non sono titolari di farmacia? E se lo sono, dov'è la fascia C e, soprattutto, la fascia A? Non sarebbe più equo versarli ad un nuovo ente? Magari l'ENPAP?

Si preannunciano azioni legali contro un ente davvero troppo pretenzioso.

(fonte: sito dei Farmacisti Indipendenti d'Italia
-
www.farmacisti-indipendenti-d-italia.it)


Commento cfit sul tormentato iter pro-liberalizzazioni

E' davvero triste constatare che, purtroppo, in questo Paese...

...farmacista si nasce e non si diventa!

Ma è davvero così difficile capire che o si liberalizza - eliminando definitivamente vergognose quanto anacronistiche rendite di posizione e, soprattutto, valorizzando tutte le nostre risorse ed i nostri talenti sprecati - o si rischia di mandare tutto a rotoli?

(fonte: cfit)


Il Ministro della Salute, on. Livia Turco, prende le distanza dalle minacce corporative dei farmacisti titolari

Il Ministro della Salute ha inviato oggi una lettera di dissenso ai farmacisti che hanno ieri annunciato il via libera alla protesta contro il ddl Bersani-ter. Lo sciopero prevede che da lunedì 19 novembre i cittadini debbano pagare tutti i medicinali di tasca propria. Questo è il contenuto della medesima:

"Cari farmacisti,

questa volta non sono con voi. Capisco il vostro dissenso dinanzi all'ipotesi di consentire la vendita di farmaci soggetti a prescrizione medica al di fuori della farmacia ma ritengo inaccettabile, oltre che sbagliata, la forma di protesta che avete annunciato. Far pagare al cittadino le medicine erogate dal Ssn per rappresaglia contro un emendamento, non presentato dal Governo, e ancora all'esame del Parlamento, ha tutte le caratteristiche di una mera rivolta di stampo corporativo, non condivisibile tanto più se proveniente da professionisti impegnati nella tutela della salute dei cittadini. La convenzione con il Ssn, che voi oggi annunciate di voler unilateralmente ritenere nulla, fa delle vostre farmacie dei veri e propri presidi sanitari tenuti a garantire un servizio pubblico in nome e per conto del Ssn. La minaccia di interrompere tale servizio perché non si condivide un'ipotesi di legge ancora in discussione, lo ripeto, è inaccettabile e sono certa non sarà mai compresa dai cittadini. bbiamo lavorato insieme in questi mesi per disegnare la farmacia del futuro, ancor più integrata nel sistema sanitario nazionale, con più servizi e più opportunità di assistenza per la popolazione. Se penso a quella farmacia e a quei farmacisti non riesco a ritrovarvi i toni e le reazioni irresponsabili che avete minacciato di assumere, tra l'altro proprio nel momento in cui stiamo lavorando al fine di correggere quell'emendamento che, io per prima, ho sempre ritenuto profondamente errato. Per queste ragioni vi invito a riconsiderare quanto annunciato ieri. Il ritiro della minaccia di sospendere l'erogazione gratuita dei farmaci a carico del Ssn, che se attuata si tradurrebbe in una vera e propria serrata, è per me condizione indispensabile per riprendere il dialogo e il confronto e per continuare ad operare, in sintonia con il Ministro Bersani, per soluzioni che garantiscano e valorizzino il ruolo e le prerogative delle farmacie italiane nell'ambito del sistema di promozione e tutela della salute.
"

(fonte: www.helpconsumatori.it)


Proposta indecorosa "merce di scambio" per stralciare l'emendamento D'Elia

Sul sito del MNLF emerge preoccupante la notizia che le Lobby cercano di accordarsi con il Ministero della Salute per mantenere l'attuale regime monopolistico nella distribuzione del farmaco attraverso lo stralcio dell’articolo 2 del ddl 1644 (terza "lenzuolata" Bersani). Tutti decisi, a vario titolo, a non perdere i medievali ed anacronistici privilegi acquisiti e fermamente intenzionati a bloccare il libero esercizio della professione per il farmacista e l’inarrestabile crescita delle parafarmacie. Indegna, indecorosa, antidemocratica ed oltremodo irrispettosa per la dignità professionale di tutti i farmacisti è stata la richiesta avanzata da Federfarma di "rendere facoltativa la presenza del farmacista nei supermercati e nelle parafarmacie ove sono presenti farmaci da banco"; un atteggiamento che rinnega e rende risibile la campagna strumentale condotta dallo stesso Ministero e dalla FOFI sui presunti rischi per la salute dei cittadini dalla dispensazione dei farmaci in esercizi diversi dalle farmacie. Un atteggiamento che non mostra alcuna umana comprensione e che mira, anzi, a tenere "in catene" le capacità tecnico-imprenditoriali e risorse economiche della quasi totalità dei farmacisti italiani. Una vera onta per quel che rimane di una categoria mal rappresentata ed ormai - purtroppo - alla deriva.

(www.mnlf.it, 'Lobby, Corporazioni e Ministero della Salute uniti contro le liberalizzazioni', 5 novembre 2007 / www.aboutpharma.it, 'Compensazioni per la vendita fuori farmacia')


La FOFI - in merito all'emendamento volto a liberalizzare
i farmaci di "fascia C" - è al corrente che esistono
anche e soprattutto le parafarmacie gestite
da liberi farmacisti?

E' inutile nascondersi che sulla questione della liberalizzazione della vendita di farmaci è in atto un'autentica campagna, dove giocano sinergicamente associazioni di consumatori, ministeri e anche mezzi di comunicazione.

Tra gli ultimi interventi, ripresi dal quotidiano Leggo distribuito ieri, ve ne sono alcuni che meritano una risposta puntuale. Per esempio, secondo Federconsumatori, la forbice degli sconti tra farmacia e parafarmacia-GDO si aggirerebbe attorno al 20,6%. Peccato che Nielsen parli di un valore assai più basso, 10-15% e che questa sia anche la percezione del consumatore, come mostra un'indagine condotta dal professor Daniele Fornari, docente di Marketing Internazionale dell'Università degli studi di Parma. Il quale consumatore, difatti, continua, sono sempre dati delle associazioni, a preferire le farmacie. Sempre Federconsumatori dice che ben tre OTC su 10 non vengono scontati in farmacia, il che vuol dire che sette lo sono... Secondo Altroconsumo, invece, il problema è un altro: «Finché l'assortimento nella grande distribuzione non sarà uguale a quello delle farmacie, l'impatto sul livello dei prezzi dei farmaci sarà limitato e di conseguenza anche il risparmio per il cittadino». D'acchito, questa è una lamentela che andrebbe rivolta agli uffici acquisti delle insegne della grande distribuzione; ma è probabile che l'assortimento di una farmacia spaventi chi è abituato a trattare beni di consumo, giudicando che il gioco non vale la candela quando si ha di mira la massimizzazione del profitto. Peraltro, resta da dimostrare se una maggiore varietà abbasserebbe il prezzo, e non siano piuttosto i volumi a creare questo effetto... Ma si capisce bene che ormai la battaglia sull'OTC viene data per persa. Quindi bisogna cambiare obiettivo, e si arriva all'etico di fascia C. Qui si continua a sottovalutare l'impatto sulla salute del cittadino di un allentamento delle cautele nella vendita di questi farmaci che non sono, come alcuni pretendono, dei farmaci da banco un po' più complicati, per così dire. Come ricorda un comunicato della Federazione nazionale, "i farmaci di fascia C impongono la necessità del controllo più rigoroso da parte dei medici e dei farmacisti, filtro indispensabile a tutela, in molti casi, soprattutto dei più giovani. Allargarne la vendita alla grande distribuzione, come non avviene in alcun Paese d'Europa eppure si va ipotizzando sempre più di frequente, comporterebbe gravissimi rischi per la salute dei cittadini". Però, dice Federcondumatori, se l'etico uscisse dalla farmacia, per le famiglie ci sarebbe un risparmio medio di 40 euro l'anno. Peccato che almeno fino a tutto il 2007 il prezzo di questi farmaci sia bloccato in forza del cosiddetto decreto Storace. Certo, anche i decreti si cambiano e si possono togliere le limitazioni, ma il prezzo potrebbe però anche aumentare. Il punto è un altro: non è al supermercato che si comprano beni che richiedono un valore aggiunto di competenze, si tratti di un computer o di un medicinale e, presto o tardi, è difficile non rendersene conto. Sperando, nel frattempo, di non aver provocato danni a un sistema che funziona. Funziona bene.

Commento cfit: purtroppo, invece, il "sistema" funziona male, anzi malissimo! A fronte di 16.000 "fortunati" titolari, esiste una condizione di precariato e sfruttamento perpetrata da leggi dello Stato. Questi gli stipendi di molti degli italiani tra i quali figura quello del farmacista collaboratore.
A molti di essi - la FOFI ed il suo presidente Leopardi sembrano dimenticare - viene impedito, da leggi medievali (cfr. pianta organica), di esercitare liberamente la propria professione, per la quale si sono laureati e abilitati.
Il tanto sbandierato "valore aggiunto di competenze" - cara FOFI - si trova sempre più spesso negli esercizi farmaceutici di vicinato gestiti da parafarmacisti!

PROFESSIONE -
- MESTIERE

 STIPENDIO NETTO MENSILE

Magistrato di tribunale 4.200 euro
Medico radiologo 3.500 euro
Medico dietologo 3.450 euro
Chef 2.700 euro
Impiegato di banca 2.500 euro
Funzionario pubblico 2.250 euro
Grafico 2.000 euro
Traduttrice 1.600 euro
Assistente sociale 1.600 euro
Insegnante scuola II 1.570 euro
Impiegata postale 1.500 euro
Ragioniere contabile 1.450 euro
Fornaio 1.300 euro
Portiere d'albergo 1.300 euro
Gommista 1.300 euro
Infermiere ospedaliero 1.300 euro
Farmacista dipendente di farmacia * 1.200 euro
Bracciante vitivinicolo 1.200 euro
Muratore cantiere 1.100 euro


* da detrarre: iscrizione all'Ordine, contributo ENPAF, corsi ECM obbligatori, contributo ONAOSI

(Farmacista33, 'Sulla fascia C è arrembaggio mediatico ', anno 3, n. 178, 24 ottobre 2007)


Assemblea di Sorrento:
nuove prospettive per i farmacisti non titolari

Assemblea Liberi Farmacisti
Liberalizzazioni: Farmaci di Fascia C


(registrazione disponibile su Radioradicale.it)


Le ragioni di una professione mutilata
(lo staff di cfit)

Alla vigilia delle discussioni inerenti all'emendamento per la vendita dei farmaci di fascia C al di fuori del canale farmacia da parte del Senato è d'obbligo segnalare alcune incongruenze macroscopiche ingenerate dal pur provvidenziale decreto Bersani.

L'attuale assetto normativo, infatti, pur meritevole di aver finalmente spostato l'attenzione dal binomio farmaco-farmacia a quello farmaco-farmacista, non è tuttavia sufficiente per assicurare pari dignità a titolari e dipendenti delle cosiddette "parafarmacie".

Lo Stato italiano non può arrogarsi il diritto di vietare ad un professionista laureato e abilitato di esercitare liberamente la propria professione. Altresì, lo Stato deve riconoscere cha la laurea conferitagli ha la stessa valenza professionale di quella di un collega più fortunato che ha ereditato o acquistato una licenza.

Ci preme sottolineare che il CdL in Farmacia prevede, inoltre, numerosi esami specifici anche per l'allestimento delle preparazioni galeniche, siano esse formule magistrali o officinali.

La figura di un professionista abilitato all'esercizio delle sue funzioni dallo Stato non è forse garanzia sufficiente affinché il "bene farmaco" sia gestito in modo tale da non compromettere lo stato di salute della collettività?

Ci si domanda, allora, che senso abbia quest'ordinamento giuridico il quale prima abilita un professionista all'esercizio della propria professione per poi mutilarne le capacità e competenze sanitarie e imprenditoriali.

Qual è la ratio di un provvedimento che discrima tra farmacista in farmacia e farmacista in parafarmacia se non quella di tutelare interessi particolari?

Ci auguriamo che il Senato ponga in essere un provvedimento profondamente giusto, tale da poter restituire pari dignità ed equità a tutti i professionisti del farmaco.


Liberisti e brigatisti, farmacisti e monopolisti
Confronto dialettico tra Mario Pirani e l'onorevole Sergio D'Elia


Mario Pirani   Sergio D'Elia

"Anni orsono sostenni un progetto di legge per la liberalizzazione delle farmacie. Per questa legge, che non andò mai in porto, si battevano i laureati in chimica farmaceutica, i quali, pur in possesso del titolo di studio e dei capitali necessari, rivendicavano invano di poter aprire una farmacia. Anche l'Antitrust aveva emesso due delibere, sostenendo che il sistema italiano contrastava coi principi di concorrenza dell'Unione europea. Esso era (ed è a tutt'oggi) basato sul numero chiuso, la pianta organica, i concorsi ed altri artifici che rendono assai arduo aprire una nuova farmacia. Un approccio parziale fu tentato quando i sindaci di molte città, sia di centro sinistra che di centro destra, a cominciare da Milano (retta da Albertini, CdL) decisero dimettere sul mercato le farmacie comunali. Molti farmacisti e laureati senza farmacia si associarono, raccolsero i capitali necessari, presentarono regolare domanda. L'esito fu significativo: i sindaci di ogni colore, a cominciare da Milano dove ben 84 esercizi erano in palio, preferirono cedere gli interi pacchetti alle multinazionali del settore, in primo luogo la tedesca Gehe e l'inglese Alliance UniChem.

Quando Bersani rilanciò le liberalizzazioni recuperai un po' di ottimismo in materia. Mi accorsi, però, ben presto, che le «lenzuolate» non rispondevano certo alle speranze dei 60.000 laureati in sempiterna attesa di accedere al libero esercizio della loro professione. D'altra parte la vendita nei supermercati dei prodotti da banco e per l'automedicazione presenta il vantaggio per i consumatori di poter acquistare questi generi a prezzo scontato. Nessun vantaggio, nessuna giustificazione, notevoli guasti presenta, per contro, l'emendamento alla Bersani-ter (la terza «lenzuolata») in discussione in questi giorni al Senato. L'emendamento è stato presentato alla Camera (e approvato dalla maggioranza) da quell'on. Sergio D'Elia, noto per il passato brigatista e la condanna a 25 anni di carcere. Dopo aver dichiarato di sentirsi molto lontano dai tempi in cui «metteva nel conto la possibilità e, ahimè, anche la necessità di operare l'omicidio politico come forma di lotta politica», il neoparlamentare radicale ha pensato bene di applicare il suo zelo civile alla riforma del mercato dei farmaci. Fulcro del suo emendamento è il permesso alla libera vendita nei supermercati ed altri esercizi anche dei farmaci di fascia C, oggi a carico totale del cliente ma per i quali vige l'obbligo di ricetta, speciali norme di conservazione (temperature differenziate, armadi chiusi a chiave) e di distribuzione (registri di carico e scarico, ecc...). Si tratta, tra l'altro, di stupefacenti, anabolizzanti, antitumorali, ecc. o anche di farmaci troppo cari per essere ammessi al rimborso (come il vaccino contro il tumore della cervice dell'utero). Questi farmaci rappresentano il 12,6% del fatturato farmaceutico per un ammontare di 3 miliardi di euro. A differenza, però, dei prodotti da banco e di automedicazione, per quelli di fascia C (come per quelli rimborsati dal SSN, destinati logicamente a finire presto nel calderone pseudo-liberalista) è d'obbligo il prezzo di vendita fisso, determinato dalle autorità sanitarie. Neppure un centesimo di sconto andrebbe, quindi, ai consumatori. Viceversa il grande distributore, dato il volume degli acquisti, può ottenere alti sconti dall'industria e alti profitti nelle vendite. Le farmacie marginali (quelle rurali, dei piccoli centri, di periferia) dovrebbero chiudere. Le altre, indebolite, sarebbero facile preda delle multinazionali e delle grosse cooperative. Il ministro della Salute, Livia Turco, ha espresso il più fermo dissenso chiedendo di bocciare l'emendamento. «Far uscire le medicine dalla farmacia - ha affermato - vuol dire non comprendere il sistema di garanzie che oggi viene assicurato da tali esercizi». Bersani, però, tace (e acconsente? O no?).

Per capire chi si avvantaggerà di questa finta liberalizzazione basta leggere l'intervista a «Capital» (giugno 2007) di uno dei più grandi e sconosciuti miliardari al mondo, l'italiano Stefano Pessina, che, già alla testa dell'Alliance UniChem, ha appena acquisito per 17 miliardi di euro l'Alliance Boots, gigante mondiale della distribuzione di farmaci e prodotti di bellezza. In Europa ha già 3000 punti vendita. Gli è stato chiesto : «Lei ha dichiarato che il mestiere dei vecchi farmacisti è un mestiere finito?», «La farmacia non è finita. Basta che si adegui.... Noi abbiamo continuato a espanderci e a comprare farmacie.... Il nostro è un mercato tranquillo: la farmacia non perde e non fallisce». Buon per lui e per chi lo aiuta."


Io, al servizio delle multinazionali solo perché credo al diritto di un farmacista ad aprire una sua farmacia. Una doverosa risposta a Mario Pirani di Sergio D'Elia

"Caro Pirani,
mi consenta una replica al suo pubblicato da “Repubblica” il 9 luglio con il titolo “Liberisti e brigatisti, farmacisti e monopolisti”. Dal tono e contenuto del suo articolo io sarei arruolato nella schiera dei “brigatisti” di un tempo (va da sè) e in quella dei “liberisti” di oggi (ovviamente “selvaggi”). Valuti lei alla fine della lettura di questa lettera se il titolo sia stato politicamente corretto e giornalisticamente oltre che umanamente tollerabile.

Molto semplicemente, credo sia giusto battersi per affermare il diritto di un farmacista - laureato e abilitato a esercitare la professione - di aprire una sua farmacia. Lei stesso, Pirani, ci informa che, tempo fa, ci credeva e ha sostenuto il progetto di liberalizzazione. Oggi non so se lei sia entrato a far parte della schiera dei “farmacisti” (titolari) e dei “monopolisti”, di certo non crede più alla liberalizzazione delle farmacie e sostiene le tesi illiberali del Ministro della Salute Livia Turco e della potentissima corporazione dei farmacisti proprietari che hanno il monopolio della vendita dei farmaci, sia di quelli coperti dal Servizio Sanitario Nazionale per cui beneficiano ogni anno di una sovvenzione statale certa di 14 miliardi e mezzo di euro (in continua crescita) sia di quelli non rimborsabili per un ulteriore fatturato di 3 miliardi di euro.

Lo Stato italiano ha il diritto di scegliere quali e quanti soggetti a suo nome siano incaricati di organizzare e realizzare la distribuzione del farmaco dispensato in regime di convenzione con il SSN. Lo Stato non può però - perché contrario ai principi di libertà e democrazia economica - impedire ad un laureato ed abilitato alla professione di farmacista di aprire un proprio esercizio e dispensare i farmaci della cosiddetta fascia C, non coperti dal SSN e la cui vendita prevede comunque l’obbligo di ricetta medica.

“Una finta liberalizzazione”, secondo lei, perchè “il prezzo di vendita è fissato per legge e neppure un centesimo di sconto andrebbe, quindi, ai consumatori”. L’obiezione potrebbe essere superata liberalizzando parzialmente i prezzi come è stato fatto dal primo decreto Bersani per i farmaci da banco, ma se non lo si volesse fare il beneficio per i consumatori ci sarebbe lo stesso. Perchè, come spiega Fabio Pammolli, direttore del think tank economico Cerm, “la liberalizzazione della vendita dei farmaci C al di fuori delle farmacie favorirebbe la canalizzazione al consumo dei prodotti più economici equivalenti [i cosiddetti generici,] e quindi il contenimento della spesa a carico dei cittadini.”

Lei, Pirani, il Ministro Turco e altri come lei non fanno corretta informazione e creano allarmismi, quando fanno intendere quasi che la vendita dei farmaci di fascia C avverrebbe sugli scaffali dei supermercati tra barattoli di pomodoro e rotoli di carta igienica. Nel mio emendamento è scritto chiaramente che la vendita avverrebbe “nell’ambito di un apposito reparto delimitato, rispetto al resto dell’area commerciale, da strutture in grado di garantire l’inaccessibilità ai farmaci... sia negli orari di apertura al pubblico che di chiusura.” Inoltre, non solo è obbligatoria la ricetta medica, è obbligatorio che sia sempre un farmacista a dispensare quel tipo di farmaco.

Lei, Pirani, come il Ministro Turco, dovrebbe sapere che a mandare avanti una farmacia sono spesso non i titolari, ma dei farmacisti dipendenti che per circa 1.000 euro al mese lavorano con passione, amore e scrupolo nei confronti dei pazienti-clienti, dispensano farmaci di ogni tipo e curano preparazioni magistrali. E’ il farmacista che fa la farmacia e non il contrario. E’ la preparazione e professionalità del farmacista garanzia assoluta per il cittadino non il luogo ove egli opera! Forse un medico è considerato tale solo perché proprietario o affittuario del proprio studio e non in virtù della propria laurea ed abilitazione?

Per ciò che concerne la farmacovigilanza, la legge del 2003 impone ai medici e a tutti gli operatori sanitari, non solo a quelli della farmacia, di segnalare tempestivamente tutte le reazioni avverse gravi o inattese di cui vengano a conoscenza nell’ambito della propria attività, mediante relativo modulo da inviare all’ASL di competenza. Tale dovere è proprio dell’attività di farmacista, quindi anche di tutti quei professionisti che operano in sedi diverse dalla farmacia. Inoltre, tutti gli esercizi commerciali sono passibili di controlli da parte delle Autorità sanitarie locali e dai NAS e dagli organi di polizia municipale quando gli stessi lo ritengono opportuno. Per quanto attiene la notifica all’ASL, è bene ricordare che senza la debita autorizzazione del predetto ente e la ulteriore comunicazione al Ministero della Salute e al progetto Tracciabilità del farmaco non sarebbe concessa l’apertura dell’esercizio. Il problema della corretta conservazione dei farmaci è già regolato da una circolare del Ministero della Salute del 3 ottobre 2006. Gli esercizi commerciali che fanno richiesta di inizio attività per la vendita dei farmaci sono tenuti obbligatoriamente a segnalare al Ministero della Salute, alla Regione (direzione Sanità), all'AIFA (Agenzia Italiana Del Farmaco) al Comune di residenza tutte le modalità adottate per la corretta conservazione dei farmaci e tutte le modalità adottate per identificare il reparto. In talune Regioni come la Lombardia hanno addirittura previsto in aggiunta ispezioni biennali ordinarie da parte delle ASL e ispezioni straordinarie con una serie di vincoli spesso ancora più gravosi di quelli previsti per le stesse farmacie (casse separate, fax dedicati per le comunicazioni ASL, magazzini necessariamente contigui, muri e vetrate di separazione del farmaco dal resto delle categorie merceologiche). Ulteriori o più esplicite garanzie per la sicurezza del paziente-utente si possono prevedere nella legge approvata alla Camera applicando ai nuovi punti vendita dei farmaci (parafarmacie o corner nei supermercati) le stesse norme di riferimento in vigore per le farmacie convenzionate. Nell’argomentare contro questa piccola riforma liberale del mercato dei farmaci, invece di studiare attentamente il merito della proposta, lei, Pirani, ha sentito il bisogno di inchiodare il suo autore al suo “passato brigatista”, mentre oggi sarebbe al servizio delle multinazionali. La mia lotta armata è durata due anni, è iniziata e si è conclusa trenta anni fa. Ho pagato per i miei errori e, poi, per un quarto di secolo della mia vita ho cercato, con il Partito Radicale, di affermare con la non violenza un po' di umanità, di libertà e di diritto in Italia e nel mondo. Lei, Pirani, mi pare continui a fare, con rispetto parlando, l’opinionista."

(La Repubblica, 'Liberisti e brigatisti, farmacisti e monopolisti', p. 20, lunedì 9 luglio 2007)

Visualizza il disegno di legge sul sito del Senato »


Francesco Crispi e Romano Prodi

Francesco Crispi   Romano Prodi

Ripubblichiamo uno "storico" passaggio delle discussioni sulle liberalizzazioni avviate nel Parlamento Unitario del Regno d'Italia risalente al 1888.

La liberalizzazione voluta dall'allora Presidente del Consiglio, Francesco Crispi, fu bloccata da un senatore veneto (rappresentante dei titolari di farmacia della Regione Veneto).

"(omissis) La professione dei farmacisti è la sola che conserva ancora le forme medioevali delle corporazioni e dei mestieri e quindi può durare solo transitoriamente. Ogni limite, o Signori, è un privilegio che torna a danno delle popolazioni. Dalla libertà dell'esercizio delle farmacie non si può ricavare che beneficio ed io non capisco il concetto dell'espropriazione accennato dai vari Oratori. "Espropriazione" di che? Se domani Voi dichiarerete libero l'esercizio della farmacia, Voi non lo torrete certo a coloro che già lo posseggono. Questi ultimi avranno forse una diminuzione di lucro; se, però, sapranno far meglio dei nuovi venuti il loro spaccio non temerà concorrenza. La libertà, o Signori, nacque prima di tutti questi vincoli e dobbiamo dolerci ché - per la sola professione della farmacia - la libertà non sia ancora spuntata, mentre è già adulta per tutte le altre."

(www.farmacialibera.it, 'Lettera di Francesco Crispi (Presidente del Consiglio nel 1888 nel Regno di Italia) a Romano Prodi', 25 giugno 2007)


Appello del Movimento Nazionale Liberi Farmacisti
al Presidente del Consiglio Romano Prodi

Signor Presidente,

La richiesta in oggetto s'inserisce a pieno titolo nel solco delle liberalizzazioni avviate dalla legge 4 agosto 2006 n. 248, in particolare per quanto disposto all'art. 5 ove permette ad esercizi diversi dalle farmacie di vendere farmaci d'automedicazione.

Provvedimento questo che ha aperto uno spiraglio di libertà e competitività nel sistema di vendita al dettaglio dei medicinali. Tuttavia, malgrado questo provvedimento permangono nella legislazione vigente norme residuali a leggi addirittura risalenti al 1934. E' necessario continuare a percorrere la strada magistralmente avviata alimentando il processo di riforma avviato. Alcune di queste norme sono in palese contrasto con i principi sia del diritto interno sia di quello comunitario. Infatti, rimane inalterato il divieto di vendita dei farmaci in esercizi diversi dalle farmacie, anche se sotto il controllo del farmacista, poiché resta vigente l'art. 122, comma 1, del Testo Unico delle Leggi Sanitarie (T.U.LL.SS.), approvato con Regio decreto 27 luglio 1934, n. 1265, il quale impone che la vendita dei farmaci sia effettuata "in farmacia".

Tale divieto poteva trovare una qualche logica nel 1934, certamente appare anacronistico nel 2007, ben 73 anni dopo. Agganciare la distribuzione dei medicinali al luogo fisico ove questo avviene e non al professionista titolare dell'atto dispensatore appare non irrazionale ma ingiustificato. Se tale norma fosse applicata alla professione medica il professionista non sarebbe tale perché laureato ed abilitato quale medico chirurgo, ma molto più banalmente perché proprietario o affittuario di uno studio medico, ovvero il luogo ove egli svolge la professione. Se questo non è vero per i medici che sono abilitati a prescrivere i farmaci, risulta difficile comprendere perché debba esser valido per chi esercita la professione di farmacista. Lo Stato italiano ha il diritto di scegliere quali e quanti soggetti a suo nome sia incaricato di organizzare e realizzare la distribuzione del farmaco ai cittadini, quello dispensato in regime di convenzione con il S.S.N., lo Stato non può perché contrario ai principi di libertà e democrazia economica, impedire ad un laureato ed abilitato alla professione di farmacista di aprire un proprio esercizio e dispensare tutti quei farmaci che non sono esitati dal S.S.N., anche quelli che prevedono l'obbligo di ricetta medica. Non possiamo, perché antieconomico, utilizzare ingenti somme per preparare migliaia di professionisti allo studio universitario per poi limitare l'utilizzo delle loro capacità tecniche e professionali alla sola dispensazione dei farmaci d'automedicazione. La società civile e ragioni di buon senso vogliono che qualsiasi privilegio o barriera finalizzata a tutelare interessi particolari sia cancellata dal panorama legislativo italiano: quest'emendamento coglie questa esigenza e pone le basi per un settore, quello farmaceutico, senza più monopoli ma con un maggiore grado d'equità e pari opportunità.

La Pianta organica e le limitazioni alla titolarità esercitano una limitazione dell'offerta, che si ripercuote su tutti i comportamenti degli operatori .La normativa impedisce tra l'altro di valorizzare nel settore tutte le risorse capitali ed umane potenziali. Nel complesso, sono evidenti violazioni dei principi costituzionali della libera iniziativa economica (art.41), della valorizzazione del capitale umano attraverso il lavoro (1,4,35) e del perseguimento della salute pubblica (32); nonché violazioni degli articoli 43 e 56 del Trattato CE, che garantiscono rispettivamente la libertà di stabilimento di lavoratori e professionisti e la libera circolazione dei capitali all'interno dell'Unione.

RingraziandoLa per l'attenzione

Distinti ossequi

(www.b2b.farmacia.it, 'MNLF a Prodi: Abolire vincoli vendita Otc e Sop', 5 giugno 2007)


 « Firma anche tu la petizione online di farmacialibera.it » 



Il ministro della salute, Livia Turco, ed i vertici di federfarma

« Scarica il protocollo d'intesa tra il
Ministro della salute - Livia Turco - e Federfarma »
(28 luglio 2006)



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NEI SUPERMERCATI ANCHE I FARMACI CON RICETTA
«Una regola pericolosissima per i pazienti». Ma non si capisce bene perché.

Ho sentito che è stata approvata una legge che permette di vendere i farmaci nei supermercati. In verità pensavo che fosse così già da tempo, ma evidentemente non avevo capito. Ora un mio amico farmacista mi dice che si tratta di una cosa pericolosissima per i pazienti, perché così non ci sarà più alcun controllo su farmaci importanti e delicati.
(lettera di Gianna F., Milano)

La sua lettera mi dà la possibilità di toccare una polemica esplosa in questi giorni e che, a causa dell'incalzare di altre notizie più importanti, è passata un po' sotto silenzio. (...) Il provvedimento che non è ancora legge (...) ha provocato una reazione molto dura di quasi tutte le organizzazioni dei farmacisti e ha visto anche il parere contrario del ministro della salute. (...) E' vero che tra i farmaci di fascia C ci sono anche medicine molto «delicate» (oncologiche, cardiologiche, neurologiche), ma francamente non credo che sia questo il problema. Tutti i farmaci sono «delicati» (...). E infatti le regole fissate dal precedente decreto Bersani già prevedevano la presenza obbligatoria di un farmacista anche nei centri commerciali. E vietavano, lo ricordiamo, qualsiasi forma di vendita promozionale. Ciò detto io francamente non capisco dove sia lo scandalo. Che cos'é una farmacia? E' un luogo che ha l'aspetto di un negozio e l'insegna «Farmacia», o è la sede di un farmacista, cha ha una laurea e una licenza, e che è sottoposto a una serie di norme e controlli? A meno che non si ritenga che, una volta inserito in un supermercato, il farmacista si senta libero di non obbedire più alle leggi e alle norme della deontologia professionale.
(risposta di Riccardo Renzi, responsabile redazione Corriere Salute)

(Corriere della Sera, 'Nei supermercati anche i farmaci con ricetta', p. 59, domenica 3 giugno 2007)



SVELATA LA POSIZIONE DELLA FOFI

Dopo l'approvazione da parte della Camera dei deputati dell'emendamento proposto da Sergio D'Elia della Rosa nel Pugno - nel quale si dà la possibilità alla GDO ed alle parafarmacie di dispensare anche i farmaci di fascia C con obbligo di ricetta - ed all'indomani delle dichiarazione del ministro Livia Turco, contraria all'emendamento sopraenunciato, scende in campo la FOFI. La Federazione che raggruppa tutti gli Ordini professionali esprime soddisfazione per la presa di posizione del ministro della salute in relazione all'emendamento approvato alla Camera sulla liberalizzazione dei farmaci di "fascia C".

Intanto, dimissioni dei vertici di Federfarma per protestare contro le decisioni della Camera dei deputati.

"Garanzia per la salute dei cittadini non è il luogo dove avviene la consegna del farmaco, ma chi svolge tale azione. E' quindi irrilevante per la tutela della salute pubblica se il farmacista operi in farmacia o in altro esercizio". Questa è, invece, la posizione del MNLF.

Commento cfit: ennesima presa di posizione discutibile da parte della FOFI che sembra essere intenta a tutelare solo la parte meno preponderante della totalità dei farmacisti italiani, ovvero quella in possesso di una licenza per l'esercizio della farmacia.

(Farmacista33, 'Giusta la linea del Ministro', 'Dimissioni di protesta in Federfarma', 'Per il MLNF quel che conta è il farmacista', anno 3, n. 101, 1 giugno 2007)



FARMACI DI FASCIA C NELLA GDO E NELLE PARAFARMACIE

La Camera dei deputati ha approvato un emendamento nel quale si dà la possibilità alla GDO ed alle parafarmacie di dispensare anche i farmaci di fascia C con obbligo di ricetta. L'emendamento proposto da Sergio D'Elia della Rosa nel Pugno dovrà ora essere discusso in Senato. Anche in questo caso così come per i farmaci da banco i centri commerciali e le parafarmacie dovranno dotarsi di un apposito reparto ben distinto dagli altri con un farmacista addetto alla dispensazione.

L'emendamento è sostenuto e voluto dal Movimento Nazionale Liberi Farmacisti e dalla Federazione degli Esercizi Farmaceutici. Nessun pericolo di abuso di farmaci può essere paventato dalle Associazioni interessate a difendere lo stato di monopolio: è comunque sempre il medico a prescrivere i farmaci.

Da anni il Movimento Nazionale Liberi Farmacisti si batte per la libertà d'esercizio professionale, se il provvedimento sarà ratificato anche dal Senato si avrà una rivoluzione copernicana nella distribuzione del farmaco. L'anomalia per cui un farmacista laureato ed abilitato poteva in un luogo, la farmacia, vendere determinati farmaci, mentre in luogo diverso gli era impedito è sanata.

Dura la reazione dei farmacisti titolari. "Siamo stupefatti! C’era l’impegno del governo - afferma il segretario nazionale di Federfarma, Franco Caprino. Stanno distruggendo le farmacie, un servizio apprezzato dalla collettività. Ci vogliono far chiudere. Confidiamo nel Senato."

(www.b2b.farmacia.it, 'Farmaci di fascia C al supermercato', 30 maggio 2007)



Due emendamenti bocciati dalla commissione X (attività produttive) della Camera: dispensare i farmaci della fascia C fuori dalla farmacia e ridurre il quorum per l'apertura di una sede farmaceutica. Passa, invece, l'eliminazione dei requisiti per l'idoneità a titolare. Nell'ambito della discussione erano stati avanzati tre provvedimenti che interessavano direttamente la professione: uno solo di questi è stato approvato e prevedeva l'abolizione delle norme che rendevano possibile l'acquisizione dell'idoneità alla titolarità della farmacia soltanto a seguito del superamento del concorso abilitante oppure dopo il completamento di due anni di pratica professionale certificata.

Due gli emendamenti bocciati: il primo prevedeva l'abbassamento del quorum per la presenza di una farmacia (in base all'emendamento si sarebbe passati a una farmacia ogni 3.000 abitanti, indipendentemente dalla popolazione del comune in questione); il secondo emendamento riguardava invece la possibilità di vendere negli esercizi commerciali anche i farmaci soggetti a prescrizione medica, con la sola eccezione di quelli a carico del Servizio sanitario nazionale. In altre parole, per corner della grande distribuzione e parafarmacie si sarebbe aperta la possibilità di dispensare tutti i medicinali inseriti nella fascia C. L'unico vincolo previsto nel testo bocciato era la distanza di almeno 250 metri dalla farmacia più vicina.

(Farmacista33, 'La Commissione boccia altre liberalizzazioni', anno 3, n. 86, 11 maggio 2007)

 


 
 


 
 
 
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